Sicurezza: direttiva PNR e sistema Tel Aviv, cosa cambia

Era stata la misura invocata già all’indomani della strage nella redazione parigina di Charlie Hebdo, in quello che sarebbe stato solo il primo di una serie di attentati nel cuore d’Europa. Dopo il Bataclan a novembre e l’aeroporto di Zaventem a marzo, la questione non era più rinviabile: e così la schedatura decennale delle prenotazioni aeree è diventata norma del diritto dell’Unione. Uno dei vecchi paradossi dell’UE: attratto nel dominio nazionale, il contrasto alla minaccia terroristica faceva i conti con intelligence sorde o male oliate nella cooperazione e con l’assenza di un sistema unico per l’interfaccia dei dati a disposizione delle varie polizie.

Dell’inestinguibile binomio in precario equilibrio ‘diritti individuali vs. sicurezza’, nell’Europa avvinta dalla paura ha tuttavia prevalso il secondo elemento.

Dopo anni di resistenze catalizzate nell’assemblea di Strasburgo soprattutto in nome della difesa del diritto alla privacy, il Parlamento europeo e il Consiglio hanno approvato la direttiva sul Passenger name records (Pnr): d’ora in poi, le autorità di pubblica sicurezza degli Stati membri avranno accesso alle informazioni sui viaggi da e verso Paesi terzi – cioè, extra-UE – e potranno scambiarle fra di loro. I Pnr sono le informazioni fornite dai passeggeri e raccolte dalle compagnie aeree all’atto della prenotazione dei voli e le procedure di check-in: data di viaggio, itinerario, codice biglietto, posto, indirizzo e identificazione dei passeggeri, dati relativi al bagaglio e alle modalità di pagamento.

Una norma più attenuata del testo di legge prevede invece come solo facoltativa la messa in comune di informazioni per i voli all’interno dell’UE: l’opzione è infatti rimessa a ciascuno Stato membro che, nel caso in cui se ne voglia servire, dovrà notificare la decisione alla Commissione. Una risposta alle sirene che temono il proliferare della furia terrorista all’interno (e nelle periferie) della stessa UE.

 

Con 461 voti favorevoli, 179 contrari e 9 astensioni, la direttiva ha avuto il via libera dal Parlamento. Si tratta di un “sistema efficace per la lotta al terrorismo – ha evidenziato il relatore del testo, il Tory Timothy Kirkhope (Ecr, Regno Unito). Attraverso la raccolta, la condivisione e l’analisi delle informazioni dei Pnr, le nostre agenzie di intelligence saranno in grado di rilevare modelli di comportamento sospetti e che necessitano di verifica” e colmare le falle in un sistema di sicurezza che solo a macchia di leopardo è veramente eurounitario.

 

Per radunare i Pnr dai vettori aerei e processarli, gli Stati membri dovranno stabilire una propria “Unità di informazione sui passeggeri” (Uip): i dati andranno poi conservati per un periodo di cinque anni; tuttavia, dopo sei mesi dal trasferimento, saranno resi anonimi attraverso la schermatura di alcuni elementi sensibili in grado di identificare direttamente il passeggero.

Secondo il tono della direttiva, il trasferimento delle informazioni ai servizi di sicurezza va consentito solo “caso per caso”, e agli espressi fini di “prevenzione, accertamento, indagine e azione penale nei confronti dei reati di terrorismo e dei reati gravi”.

In un clima di timore diffuso, l’Assemblea di Strasburgo non ha potuto che dar seguito alle pressioni degli Stati membri, ma ha preteso che il diritto alla riservatezza ottenesse adeguate garanzie nel sistema che viene fuori dal testo della direttiva. In tal senso, e tra le altre misure introdotte, l’Uip dovrà nominare un responsabile della protezione dei dati che avrà il compito di sorvegliarne il trattamento e di applicare le guarentigie del caso.

In conformità con i Protocolli ai Trattati che regolano le eccezioni di certi Stati membri al processo di integrazione in aree sensibili per la sovranità nazionale, Regno Unito e Irlanda si sono avvalsi della clausola per l’opt in, a differenza della Danimarca. I Ventotto avranno adesso due anni per implementare le disposizioni della direttiva negli ordinamenti nazionali.

Con il disco verde alla norma sullo scambio dei Pnr, la questione sicurezza si è poi spostata nel cuore delle infrastrutture aeroportuali, all’interno delle quali – come nel caso dello scalo di Zaventem in Belgio – ha dato prova di poter esplodere la minaccia terrorista. Fra le proposte avanzate per accrescere il livello di sicurezza nelle aerostazioni, ha goduto di buona stampa il sistema Tel Aviv. L’idea alla base di tale sistema è che non solo i velivoli – come ha recitato il mantra post-11 settembre – ma anche le grandi aree comuni di passaggio sono obiettivi per gli attacchi terroristici. L’intenzione espressa è quella di accrescere i livelli di sicurezza anche in questi ‘soft target ’ con monitoraggi più completi, telecamere e sistemi di rilevamento più potenti, fra cui l’impiego di unità cinofile. Il modello israeliano va ben oltre, e le pratiche al ‘Ben Gurion’ di Tel Aviv ne sono una palpabile dimostrazione: ci si basa molto sul ‘fattore umano’ della minaccia terroristica, attraverso interrogatori tesi a profilare chi si reca presso lo scalo ancor prima di raggiungere il banco del check-in. Da pochi minuti a un’ora intera le durate di questi incontri ravvicinati; ma si tratta di un ‘virtuoso’ esempio difficile da replicare con un volume di traffico aereo, qual è quello UE, almeno cinque volte superiore.

 

[ha collaborato Gabriele Rosana]