Cosa ci proponiamo

La ricerca muove dalla convinzione che le liberalizzazioni possano rappresentare un valido strumento per riattivare nel nostro Paese una crescita economica diffusa, nella sostanza ferma da molti anni e sottoposta ai gravi attacchi della crisi iniziata nel 2007. Vanno però ricercati punti di equilibrio efficienti tra liberalizzazione e regolazione nella prospettiva della crescita economica, valutando gli effetti delle scelte di liberalizzazione sul sistema economico complessivo e sul singolo comparto di riferimento, in termini tanto di effettiva apertura al mercato, quanto di crescita economica. È necessaria una vera e propria strategia di liberalizzazione, come anche una strategia per il governo di liberalizzazioni e privatizzazioni, in modo da contrastare i fallimenti di mercato e il ritorno a restrizioni concorrenziali.

Il laboratorio ha pertanto l’obiettivo di analizzare lo stato attuale e le prospettive future del processo di liberalizzazione in Italia attraverso monitoraggio e valutazione degli interventi necessari.

Il processo di liberalizzazione in Italia ha attraversato una fase di sostanziale stagnazione dal 2006 fino ai recenti provvedimenti del governo Monti. Nello stesso periodo, il divario tra Nord e Sud è aumentato drammaticamente. In termini di PIL pro-capite a parità di potere d’acquisto, in 17 anni (1995-2011) l’Italia ha perso 20 punti rispetto alla media dell’Europa a 27 (Database Eurostat, visitato il 15 ottobre 2012). I recenti d.l. n.1/2012 (“decreto liberalizzazioni”) e n. 5/2012 (“decreto semplificazioni”) rappresentano comunque una ripresa nel percorso di modernizzazione e liberalizzazione per favorire la crescita economica, pur con interventi a volte parziali, altre volte migliorabili e che comunque non coprono tutti i settori economici.

Nel rapporto 2012 pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, l’indice italiano delle liberalizzazioni, confrontato con quello più elevato in Europa (indice uguale a 100), ha raggiunto un livello medio aggregato del 52%, dopo essere rimasto fermo per ben tre anni al 49%. In particolare, su sedici settori dell’economia analizzati otto superano la soglia del 50%, con un miglioramento di quasi tutti i settori oggetto di indagine. Anche se si vedono gli effetti delle riforme più recenti, l’Italia rimane liberalizzata soltanto per metà rispetto all’Europa più avanzata. Eppure le liberalizzazioni rappresentano uno stimolo alla crescita economica, rimuovendo i principali impedimenti alla competitività dei mercati, quali la presenza di restrizioni all’ingresso di nuove imprese, i freni all’uscita di quelle inefficienti, l’offerta di beni e (o) servizi in regime di monopolio pubblico.

Tradizionalmente le politiche di liberalizzazione vengono attuate anche attraverso una fase di privatizzazioni, ossia attraverso la dismissione (totale o parziale) delle partecipazioni pubbliche. Ma l’esperienza recente di alcune privatizzazioni, che si sono limitate a trasferire le preesistenti posizioni di monopolio pubblico in capo ai privati, ha finito per mettere in discussione l’efficacia di questo strumento, quanto meno sotto il profilo della concorrenza e dell’efficienza. Anche le privatizzazioni sono ferme da molto tempo in Italia e si sono addirittura verificati nuovi e rilevanti interventi pubblici nell’economia. La rivalutazione della presenza pubblica nell’economia a seguito della crisi (testimoniata anche dal dibattito sullo state capitalism aperto dall’Economist) ripropone il problema della sua compatibilità con un efficiente processo di liberalizzazione.

Il  laboratorio si articola in più aree di ricerca, alcune dedicate a specifici settori economici: comunicazioni elettroniche, energia elettrica, finanza, servizi professionali. Altre di tipo trasversale che interessano tutti o numerosi comparti: lavoro, fiscalità, liberalizzazioni e regolazione, semplificazioni, AIR ed effettività della regolamentazione.

Nelle sezioni sono raccolti e diffusi documenti, informazioni e analisi utili per un approfondimento critico del processo di liberalizzazione.