La riforma forenze: guida alla sua attuazione

1. Il 2 febbraio 2013 è entrata in vigore la legge 31 dicembre 2012, n. 247 recante “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”.

La legge deroga alle disposizioni della pur recente disciplina normativa sulle professioni ordinistiche (legge 14 settembre 2011, n. 148, art. 3,  co. 5, e d.P.R. 7 agosto 2012, n. 137, regolamento recante riforma degli ordinamenti professionali) e riforma organicamente la disciplina della professione forense, prevedendo un regime transitorio per il passaggio dal previgente sistema ordinamentale al nuovo.

Il provvedimento contiene numerosi rinvii a regolamenti di attuazione, in parte di competenza del Consiglio Nazionale Forense, in parte di competenza dei Consigli territoriali e, nella maggior parte, affidati al Ministero della Giustizia, su proposta e (o) sentito il Consiglio Nazionale Forense.

Dispone infatti la legge che:

entro due anni dalla entrata in vigore devono essere adottati regolamenti di attuazione con decreto del Ministero della giustizia (art. 1.3), secondo la procedura indicata;

entro quattro anni dalla data di entrata in vigore dell’ultimo dei regolamenti previsti possono essere adottate le necessarie disposizioni integrative e correttive (art. 1.6);

– fino alla data di entrata in vigore dei regolamenti si applicano se necessario ed in quanto compatibili le disposizioni vigenti non abrogate, anche se non richiamate (art. 65.1).

Inoltre, la legge delega il Governo a disciplinare la società tra avvocati e la difesa d’ufficio (artt. 5 e 16) e a emanare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della legge, un testo unico di riordino delle disposizioni vigenti, attraverso uno o più decreti legislativi, nel rispetto dei principi e criteri direttivi indicati dalla legge, volti ad accertare la vigenza delle singole norme e procedere al coordinamento di tutte le disposizioni per garantire la coerenza logica e sistematica della disciplina, anche al fine di adeguare e semplificare il linguaggio normativo (art. 64.1).

 

2. A distanza di un anno dall’entrata in vigore della legge lo stato della sua attuazione è il seguente.

Per quanto riguarda i regolamenti affidati alla competenza del CNF, l’attuazione è avanzata. Sono stati approvati in via definitiva, e sono già in vigore, quattro regolamenti (reg. 11 aprile 2013, n. 1, Norme per l’istituzione e le modalità di tenuta dell’elenco delle associazioni forensi specialistiche maggiormente rappresentative; reg. 19 aprile 2013, n. 2, Norme per le modalità di accesso allo Sportello del cittadino; reg. 22 novembre 2013, n. 3, Norme per la riscossione dei contribuiti; reg. 13 dicembre 2013, n. 4, Istituzione e funzionamento dell’Osservatorio permanente sull’esercizio della giurisdizione. I due regolamenti in materia disciplinare (Elezione dei componenti dei Consigli distrettuali di disciplina e Procedimento disciplinare) sono stati approvati in via preliminare ed è appena terminata la consultazione con gli Ordini, le Unioni e altre componenti dell’Avvocatura). È stato, infine, approvato il 31 gennaio il nuovo Codice deontologico forense, previsto dall’articolo 35 della legge 247/2012 e destinato a entrare in vigore decorsi sessanta giorni dalla pubblicazione sulla G.U.

Sono in stato di esame da parte del plenum le bozze dei regolamenti su Formazione continua (art. 11.3) – Scuole forensi (art. 29.1 c) – Organizzazione uffici CNF (art. 24 e 34.4) e, inoltre, sono in fase di elaborazione le bozze su Modalità di trasmissione di albi e elenchi per la formazione dell’elenco unico di avvocati (art. 15.6) e sulla Scuola superiore dell’Avvocatura per l’accesso all’albo dei cassazionisti (art. 22.2).

Restano, pertanto, ancora da elaborare i regolamenti su: funzionamento del CNF (art. 24, 29, 35.1 b, d) e del COA (art. 35.1 b); determinazione della misura del contributo annuale, diritti per rilascio certificati e copie, nonché tassa e contributo annuale per i cassazionisti (art. 35.2); modalità di elezione dei componenti dei Consigli distrettuali di disciplina (art. 50.2) e procedimento disciplinare dinanzi a questi ultimi (art. 50.5).

Quanto ai parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi ex art. 13.6, si attende l’emanazione da parte del ministero della Giustizia del nuovo decreto di aggiornamento dei valori rispetto a quelli previsti dal d.m. 140/2012 attualmente in vigore.

 

3. Tra le norme della legge direttamente applicabili – poiché non richiedono l’emanazione di regolamenti – si ricordano quelle che riguardano: l’attività riservata o di competenza degli avvocati e l’uso del titolo di avvocato (artt. 2.5 – 2.8); i doveri dell’avvocato (artt. 3.1 e 3.2) salvo quanto sarà disciplinato dal nuovo codice deontologico; le associazioni professionali (art. 4), salvo le associazioni multidisciplinari; il segreto professionale (art. 6); il domicilio (art. 7); l’impegno solenne (art. 8); la pubblicità informativa (art. 10); la formazione continua (artt. 11.1, 11.2, 11.4 e 11.5) salvo per le modalità e le condizioni per l’assolvimento dell’obbligo di aggiornamento che saranno stabilite dal CNF (art. 11.3); la pattuizione del compenso (art. 13.3) e il divieto del patto di quota lite (art. 13. 4); il mandato professionale, sostituzioni e collaborazioni (art. 14); i requisiti per l’iscrizione (art. 17); le incompatibilità e le loro eccezioni (art. 18 e 19); la sospensione dell’esercizio professionale (art. 20); l’iscrizione nell’albo speciale (art. 22.1); gli avvocati degli enti pubblici (art. 23); l’ordine forense (art. 24); il Congresso nazionale forense (art. 39); accordi tra università e ordini forensi (art. 40); il tirocinio per diciotto mesi (art. 41.5) e i doveri dei praticanti (art. 42); disciplina transitoria per la pratica professionale e per l’esame di abilitazione (art. 48 e 49); disposizioni transitorie, finale e clausola di invarianza finanziaria (artt. 65, 66 e 67).

 

4. Per quanto riguarda le associazioni e società tra avvocati, la legge n. 247/2013 consente espressamente che la professione di avvocato sia esercitata anche in forma associativa o societaria (artt. 4 e 5).

Secondo la legge, allo scopo di assicurare al cliente prestazioni anche a carattere multidisciplinare, possono partecipare alle associazioni, oltre agli iscritti all’albo forense, anche altri liberi professionisti appartenenti alle categorie individuate con regolamento del Ministro della giustizia. Non è però prevista la possibilità di inserire nella società di avvocati il socio di capitale. Inoltre, l’affidamento dell’incarico in favore della società professionale non esime la stessa dall’affidarlo a un singolo avvocato socio che se ne assumerà la responsabilità insieme alla struttura operante e dovrà in ogni caso uniformare lo svolgimento della prestazione professionale a quei principi e valori propri dell’attività forense, ossia l’autonomia, la libertà e l’indipendenza dell’avvocato, essendo nullo ogni patto contrario che miri a svilire i caratteri fondamentali della prestazione professionale.

Con specifico riferimento alla società tra avvocati, la legge delega il Governo a disciplinare l’esercizio in forma societaria della professione forense, delega che doveva essere esercitata entro sei mesi dall’entrata in vigore con l’adozione di un decreto legislativo basato sui seguenti principi:

a)   prevedere che l’esercizio della professione forense in forma societaria sia consentito esclusivamente a società di persone, società di capitali o società cooperative, i cui soci siano avvocati iscritti all’albo;

b)   prevedere che ciascun avvocato possa far parte di una sola società di cui alla lettera a);

c)   prevedere che la denominazione o ragione sociale contenga l’indicazione: «società tra avvocati»;

d)   disciplinare l’organo di gestione della società tra avvocati prevedendo che i suoi componenti non possano essere estranei alla compagine sociale;

e)   stabilire che l’incarico professionale, conferito alla società ed eseguito secondo il principio della personalità della prestazione professionale, possa essere svolto soltanto da soci professionisti in possesso dei requisiti necessari per lo svolgimento della specifica prestazione professionale richiesta dal cliente;

f)    prevedere che la responsabilità della società e quella dei soci non escludano la responsabilità del professionista che ha eseguito la prestazione;

g)   prevedere che la società tra avvocati sia iscritta in una apposita sezione speciale dell’albo tenuto dall’ordine territoriale nella cui circoscrizione ha sede la stessa società;

h)   regolare la responsabilità disciplinare della società tra avvocati, stabilendo che essa e’ tenuta al rispetto del codice deontologico forense ed e’ soggetta alla competenza disciplinare dell’ordine di appartenenza;

i)    stabilire che la sospensione, cancellazione o radiazione del socio dall’albo nel quale e’ iscritto costituisce causa di esclusione dalla società;

j)    qualificare i redditi prodotti dalla società tra avvocati quali redditi di lavoro autonomo anche ai fini previdenziali, ai sensi del capo V del titolo I del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni;

k)   stabilire che l’esercizio della professione forense in forma societaria non costituisce attività d’impresa e che, conseguentemente, la società tra avvocati non e’ soggetta al fallimento e alle procedure concorsuali diverse da quelle di composizione delle crisi da sovraindebitamento;

l)    prevedere che alla società tra avvocati si applichino, in quanto compatibili, le disposizioni sull’esercizio della professione di avvocato in forma societaria di cui al decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 96.

La delega non è stata esercitata dal Governo e il suo mancato esercizio fa sì che a oggi le società tra avvocati restino disciplinate dal d.lgs 2 febbraio 2001, n. 96 (artt. 16-33), che rinvia per quanto non espressamente previsto alle norme sulla società in nome collettivo.

Il d. lgs. n. 96/2001 non sembra infatti essere stato abrogato, poiché da un lato l’art. 5 l.p.f. non contiene una nuova e compiuta disciplina della materia, ma è per l’appunto il Governo a doverla dettare in via delegata, e d’altro lato lo stesso art. 5.2, lett. n., richiama, come si è visto, le disposizioni del decreto in questione da applicare “in quanto compatibili”.

Giuseppe Cavallaro